Figghioli, me ne vado in Perù…

Me ne vado in Perù

Pubblichiamo questa interessante testimonianza “Figghioli, me ne vado in Perù” di Robert “Suppo” Ricciardi pubblicata sul quotidiano Agoravox

Figghioli, me ne vado in Perù

Figghioli*, me ne vado in Perù. Con queste parole i miei amici ricevettero un paio d’anni fa la notizia che mi sarei trasferito in Perù. Ora, i miei amici sono persone intelligenti; ma sono anche persone sagge, per cui non ci si prende mai sul serio tra di noi. Pensate gli sfottò: “Ah, vai a pettinare i lama” – che è un po’ come quando il crucco-americano-giapponese ubriaco che hai appena conosciuto al bar ti dice: “Ah, Italia! Spaghetti mafia!” e tu gli offri un’altra birra nella speranza che sia quella che gli manca per svenire, così non devi più sorridere quando dice cazzate.

Intanto, il Perù fa parte di quel piccolo gruppo di miracoli economici che vengono comunemente chiamati “emerging markets” – espressione odiosa che indica i posti dove vengono ammassati soldi durante le fasi basse dei cicli economici in America ed Europa. A me piace pensare che il Perù, la Turchia, la Colombia, il Sudafrica, l’Indonesia, i BRIC e tutti gli altri, siano invece delle speranze: speranze della gente in un futuro migliore, non degli invesitori in guadagni immediati. Ma sto divagando nell’idealismo.

In ciascuno dei due anni consecutivi in cui ho vissuto in Perù, il PIL del paese è cresciuto più di quanto sia cresciuto in in Italia dal 2000 al 2013 (3.5% in 13 anni contro 6.3% solo nel 2012 e 5% nel 2013). Ho un amico giornalista a cui dovrò spiegare questo concetto coi lego – o magari coi regoli – ma appena farà mente locale mi chiederà di scriverci su un articolo (approfittatore).

Eppure questo non è un pezzo sul Perù. È un pezzo sulla mia scelta di vivere in Perù. O meglio ancora, sulla mia scelta di non vivere in Italia. In altre vite, il Perù sarebbe tranquillamente potuto essere l’Irlanda, l’Arabia Saudita, il Portogallo, l’Olanda o la Colombia (e chissà quali altri). In questo universo sono finito in Perù, per il momento. Ci sono finito perché a 18 anni me ne sono andato, consapevole di non potere studiare quello che volevo dov’ero nato. E consapevole che trasferirmi fuori dall’Italia non era molto diverso dal trasferirmi a Milano (grazie Ryanair, grazie di cuore), e mi dava l’opportunità di maturare un po’ più in fretta, imparare un paio di cose che non stanno scritte sui libri e “fare curriculum” – altra espressione inqualificabile dei nostri tempi.

Il tempo di laurearmi, circa 5,000 visualizzazioni del Corriere dopo (e una simpatica passione per Italians e gli studenti Erasmus), mi sentivo quasi esiliato. Di tornare a casa, manco l’ombra del sogno di una idea. E via a fare il master. Mi continuavo a chiedere perché votassimo Berlusconi, perché le cose non cambiassero, quando la gente avrebbe detto basta!!! Sono passati 8 anni da quando me ne sono andato, e non è ancora successo. Mi fa incazzare. Non un’incazzatura light, tipo quando vedi uno che scavalca la fila all’acquapark o va nella corsia del bus quando c’è traffico (inciviltà sociali per cui ci sono appositi cecchini in buona parte dei paesi scandinavi). Un’incazzatura seria. Tipo quando hai un’amica che fa la modella ma c’ha comunque i complessi perché si sente grassa. O quando hai un amico che potrebbe essere un genio, molto più di te, ma i genitori non lo lasciano sbocciare. O tipo quando quello davanti a te ti fotte l’ultimo Apollo dell’autogrill.

Per me gli italiani sono civicamente complessati. Si potrebbe pensare che ne abbiano tutte le ragioni. Lo pensavo pure io fino a poco tempo fa. Abbiamo perso due guerre mondiali, abbiamo avuto il terrorismo, la mafia, Uomini e Donne. Poi però sono arrivato in Perù. I peruviani non hanno vinto nessuna guerra che valesse la pena vincere in tutta la loro storia. Hanno avuto un terrorismo drammatico almeno quanto il nostro, forse anche peggiore per via della penetrazione raggiunta in una fascia del paese – geografica e sociale – che lo Stato dapprima non ha saputo contrastare e infine ha represso con una violenza indiscriminata e incontrollata. Hanno cambiato moneta due volte in sei anni, per problemi interni, non per adottare una valuta continentale più forte – qui si andava a fare la spesa con la carriola di banconote, come nella Germania nel primo dopoguerra. La corruzione è peggiore che la nostra (anche se non di molto): si può comprare tutto, dai punti per la patente alla licenza del gioco d’azzardo, dai posti in parlamento all’alcol dopo l’ora legale (ora non sapete più se sto parlando del Perù o dell’Italia, vero?). Si vocifera che il Presidente della Repubblica (una carica di peso, tipo Hollande in Francia, per quelli che giocavano al game boy durante educazione civica) sia controllato dalla moglie, una comunista stile Chavez.

Ciononostante, in Perù si respira un ottimismo che manco Silvio convinto di farla franca con la storia della nipote di Mubarak. Persone umili, con voglia di lavorare, che magari non hanno nessuna fiducia nel sistema ma che continuano a fare la loro parte, perché hanno un senso di unità nazionale, sentono di essere un Paese che cresce come un solo organismo. Persone orgogliose del proprio lavoro, che s’indignano davanti agli scandali della propria classe politica, che esigono una classe dirigente migliore (anche se hanno un talento indiscusso nel rieleggere farabutti da competizione). Persone che, in fondo, vogliono solo ciò che meritano. Perché ci manca questo desiderio? Perché siamo dei complessati? Per semplicità, mi piacerebbe dare la colpa alla Chiesa – adoro dare la colpa alla Chiesa per un sacco di cose, dall’emancipazione sessuale alle guerre – ma in questo caso sarebbe semplicistico. Certo, secoli di Stato Pontificio hanno contribuito a ritardare la formazione di uno stato nazionale, accettare lo status quo come pecore, creare una malsana ingerenza del potere spirituale nei temi politici. Ma non basta a spiegare perché accettiamo che i nostri politici rubino, facciano il loro comodo e si aggrappino al potere come sanguisughe mentre noi glielo lasciamo fare.

Mi viene in mente quel primo ministro irlandese che si dimise per un’accusa (non una prova, un’accusa) di avere ricevuto un prestito “politico” (somma totale: € 50,000) tre anni prima di diventare premier. O di quel ministro tedesco che si dimise per aver copiato la tesi di laurea. In Italia sarebbe un ossimoro, tipo parlare di Balotelli e “umiltà” nella stessa frase. Fatto sta che noi abbiamo svariate dozzine di parlamentari indagati e/o condannati (un colpetto veloce su Google manda qui, qui e qui). Bello. E noi li continuiamo a votare. Oppure, per quelli che hanno cominciato a stancarsi, c’è la possibilità di votare il Movimento 5 Stelle – che è un po’ l’equivalente politico di pestare i piedi e trattenere il respiro fino a quando non ci danno quello che vogliamo. Ecco, il M5S ha decisamente contribuito a togliermi gli ultimi sprazzi di speranza, sporadici da qualche anno a questa parte, tipo quel giorno magico in cui hanno condannato Berlusconi ed eletto un sindaco buddhista in Sicilia (quel giorno pensai: domani le macchine prenderanno il sopravvento).

Io non ho una soluzione. Sarebbe presuntuoso e precoce da parte mia. Sto solo pensando a voce alta. Lo faccio perché, anche se me ne sono andato, l’ho fatto partendo dal presupposto che un giorno sarei tornato e, dopo 8 anni, quel giorno non lo vedo affatto più vicino; anzi, decisamente più lontano. Sicuramente andarsene dall’Italia implica una certa dose di egoismo, ma anche di sacrificio – un sacrificio diverso da quello di chi rimane e continua a vivere eroicamente la quotidianità italiana, ma pur sempre un sacrificio.

Penso che il cambiamento in Italia non lo possa fare una persona o un’ideologia. Penso che l’unico modo di venirne fuori sia una presa di coscienza collettiva, nel senso che tutti devono prendere coscienza e per prima cosa si devono rendere conto che esiste un tutti, non solo un io. Forse l’individualismo è quello che ci ha portato dove siamo oggi. Ognuno pensa per sé e per quelli immediatamente attorno a lui. Le conseguenze per gli altri non vengono prese in considerazione, e forse è questo che ci ha portato a giustificare l’individualismo dei nostri politici. Ma il problema è che quando chi guida il paese pensa solo a se stesso, ci vanno di mezzo sessanta milioni di persone, colpevoli solo di non avere preteso di più da chi li governa.

Io da qui continuo a sperare di poter tornare, trovare un lavoro, crescere i miei figli, non dovermi vergognare di quello che dicono di noi i giornali, farmi un futuro. Aspetto, rimando, e non torno. Forse tornerò solo quando sarò in pensione, perché a quel punto l’Italia non mi potrà togliere un futuro – ma mi avrà già tolto le memorie della vita che avrei potuto vivere nel paese che amo.

*Ragazzi in siciliano.