Il ROF 2018 debutta con successo con Ricciardo e Zoraide

Rai5 trasmetterà l’opera in differita il 30 agosto alle 21.15

ricciardo e zoraide

Si svolge a Duncala, capitale della Nubia, l’opera che ha inaugurato con gran successo il Rossini Opera Festival 2018 (diretto da Ernesto Palacio) nell’anno definito per legge ‘rossiniano’: sto parlando di Ricciardo e Zoraide (repliche il 14, 17 e 20 p.v.), nuova produzione con un cast straordinario che racchiude Juan Diego Flórez e Pretty Yende nel ruolo dei protagonisti e Sergey Romanovsky mattatore assoluto dell’edizione 2017 nel personaggio di Néoclès ne Le siège de Corinthe.

La direzione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI è stata affidata a Giacomo Sagripanti, trentenne abruzzese residente in Svizzera, votato nel 2016 agli Opera Awards di Londra come ‘miglior giovane direttore d’orchestra’: dirigerà anche la ‘Petite Messe Solennelle (23 agosto), con video produzione in diretta su Piazza del Popolo. La regia è firmata dall’ex ballerino e coreografo canadese Marshall Pynkoski, debuttante al ROF.
Dramma serio per musica in due atti di Francesco Berio di Salsa (che aveva già scritto per Gioachino il libretto di ‘Otello’) racconta la storia d’amore tra Ricciardo ‘il più prode dei paladini’ e Zoraide, la figlia del principe asiatico Ircano, di cui si è innamorato Agorante, potente re di questa regione, ancora sposato con Zomira.

Il titolo è alla sua terza volta al ROF dopo la rappresentazione del 1990 con June Anderson e William Matteuzzi nel ruolo dei protagonisti e con Bruce Ford in quello di Agorante (direzione di Riccardo Chailly) e quella del 1996 diretta da David Parry con Gregory Kunde (Ricciardo) e Charles Workman (Agorante). In entrambi i casi la regia era affidata a Luca Ronconi e le scenografie a Gae Aulenti.

Rappresentata per la prima volta al ‘San Carlo’ di Napoli il 3 dicembre 1818, la sua messa in scena fu largamente influenzata da ciò che gli scenografi dell’epoca conoscevano dell’architettura islamica.

‘La nostra produzione segue un percorso simile – ha raccontato il regista alla stampa – Il nostro scenografo, Gerard Gauci (il cui lavoro attraversa il mondo del teatro, dell’arte e del design museale) possiede una sofisticata conoscenza del design islamico ed ha recentemente collaborato con l’Aga Khan Museum di Toronto disegnando l’esposizione ‘Arte orientale’. I motivi, i colori e le iscrizioni della splendida mostra hanno chiaramente influenzato ed ispirato la nuova produzione, anche se, ci tengo a precisare, non abbiamo tentato di ricreare il mondo islamico fine a se stesso: anche la nostra estetica (come occorso due secoli fa) è stata filtrata dalla sensibilità e dalle convenzioni teatrali di due secoli orsono. Nessuna contestualizzazione ai giorni nostri: abbiamo preferito ambientare la storia nel luogo ed al tempo in cui è stata scritta’.

‘Anche se cerchiamo di rappresentare l’ossessione che gli occidentali avevano al tempo per il mondo islamico – ha proseguito- abbiamo deciso di non mettere in scena una contrapposizione tra ‘bianchi e neri’: il dramma, al contrario, si focalizzerà sulla lotta per il potere all’interno delle relazioni e degli scontri tra i protagonisti, certo come sono che, al di là del fatto puramente estetico, l’opera non ha mai voluto essere una rappresentazione del mondo africano o europeo’.

‘Le scene di Gauci ed i costumi di Michael Gianfrancesco sono tutto sommato ‘naturalistici’- scrive Pynkoski nelle note di regia – Ci siamo concentrati su enormi tromp d’oeil che hanno il compito di deliziare l’occhio dello spettatore ingannando allo stesso tempo il senso della dimensione e della prospettiva. Per quanto riguarda in particolare i costumi, Gianfrancesco ha una grande conoscenza dello stile di metà Ottocento, per cui ha mantenuto la stravaganza delle linee e dei corsetti del periodo pur conservando il sapore arabo che ispirava la sensibilità dell’ epoca’.

Inutile cercare nell’opera un conflitto tra religioni, dato che, secondo il regista, ‘l’unico riferimento ad una diversità culturale è rappresentata dall’ affermazione di Agorante che sostiene di poter avere più di una moglie!’

A parte questo, i sentimenti dei vari protagonisti sono del tutto simili, musulmani o cristiani che siano: ‘Forse questi ultimi sono più ambigui degli altri o, se vogliamo, più ipocriti e disonesti: ricorrono spesso a doppi giochi e sotterfugi mentre i musulmani agiscono più direttamente e con maggior onestà rispetto ai loro sentimenti ed alle loro volontà politiche. Credo che le contrapposizioni culturali e religiose siano molto minori qui rispetto, ad esempio, a ‘Il Ratto dal serraglio’ di Mozart’- ha concluso.

Molto gradevole l’inserimento di balletti ed effetti scenici che spostano talvolta l’attenzione su ciò che i personaggi stanno esprimendo. Splendide le coreografie di Jeannette Lajeunesse Zingg (moglie del regista) che si inseriscono durante i vari cori (‘Ventidio Basso’ di Ascoli Piceno-M° Giovanni Farina) ed i momenti strumentali.

Tutti gli occhi erano puntati su Floréz (Lima, 1973) che è di casa a Pesaro, tanto che due anni fa è stato insignito della cittadinanza onoraria. Ha pure acquistato una villa sul colle cittadino di San Bartolo e, tra una tournée e l’ altra, d’estate torna qui in compagnia della moglie Julia, una modella tedesca ed i suoi due bambini.

‘E’ qui, a Pesaro – racconta l’ artista peruviano – che ho avuto il mio debutto da protagonista: era il ’96, avevo 23 anni ed arrivai al festival da immigrato, senza nemmeno avere il visto per lavorare in Italia. Ero terrorizzato, anche perché temevo di essere cacciato. E poi salii sul palco come interprete di ‘Matilde di Shabran’: da quel momento in poi sono stato sommerso dagli inviti’. (Paola Cecchini)

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